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A Zvornik…

A Zvornik ho lasciato il mio cuore

di Abdulah Sidran
Il progetto, con la regia di Federica Restani, è  stato presentato nel settembre del nel 2008 al Teatro dell’Accademia di Tirana, Albania, con un cast che univa attori del Teatro nazionale di Tirana e attori italiani e nel giugno del 2009 al Festival del Teatro di Scena e Urbano di Mantova con il medesimo cast.

Il testo è stato presentato sottoforma di reading nell’ottobre 2012 a Genova nell’ambito delle manifestazioni per i “20 anni dell’assedio di Sarajevo” e sarà portato in scena sottoforma di mise en espace dagli allievi del Teatro Stabile di Genova nella rassegna nuove drammaturgie nel maggio 2013 su concessione di Ars. Creazione e spettacolo che ne detiene i diritti in esclusiva per l’Italia.

Questa è l’unica pièce di tetro contemporaneo che ho letto che mi abbia autenticamente commosso, che mi abbia turbato… Ci troviamo di fronte alla stessa forza di un Harold Pinter… Con dei coup de théatre efficacissimi, Sidran rappresenta lo sfasamento delle relazioni interumane quando scende in campo il delirio del nazionalismo… Sidran non rinuncia allo strumento dello sguardo ironico: i violenti si esprimono sempre in un’area di confine con il ridicolo”.

(dalla premessa di Moni Ovadia all’edizione italiana di A Zvornik ho lasciato il mio cuore, ed. Saraj, 2005)

METTERE IN SCENA IL MALE – NOTE DI REGIA
Quando orrori e distruzioni vengono filtrati dai media, specie televisivi, che a volte paiono codificarli in una sorta di format alla stregua di un irreale reality, perdono la loro essenza di assurdità, quella che ha creato imbarazzo per i moventi che animavano le parti in lotta, per la maldestra presa di posizione della comunità internazionale.

Imbarazzi e sensi di colpa che al contatto con il testo di Sidran diventano impellenti ragioni di raccontare la guerra, una guerra giocata sulla pelle di gente a noi vicinissima, apologo di un’insensatezza che sfocia nella barbarie più primordiale.

Mettere in scena questo testo significa riconoscere il valore universale di una voce che non si schiera in favore di una parte o di un’altra, ma che denuncia la guerra, questa ma anche qualsiasi altra, soprattutto se civile, per quello che è: un’assurda asserzione di diversità inconciliabili. Il grottesco incedere del nonsenso nella realtà non è che la manifestazione della non volontà ad istaurare dialoghi, a riconoscere l’uomo che ci sta davanti, sia che appartenga ad un altra nazione sia che parli la nostra stessa lingua.

L’ambiente suggerito dall’autore è estremamente realistico. Gli interni sono quelli di un albergo: una camera, la reception, la lavanderia, ordinari e anonimi, potrebbero essere situati in qualsiasi paese europeo e  in qualsiasi tempo dall’epoca del telefono in poi. Gli spazi e gli oggetti sono vissuti nella loro dimensione strettamente funzionale, fintanto che la follia della guerra non irrompe nella storia; a quel punto cambiano di funzione e diventano irriconoscibili: la stanza da letto si trasforma in luogo dell’esecuzione insensata della prostituta Vera, e la lavanderia, il posto in cui i panni vengono nettati, liberati dalla loro sozzura quotidiana, riportati alla innocenza originaria, si tramuta nel suo opposto: nel luogo della macchia, in cui viene versato il sangue degli innocenti. Mettere in scena il Male, ma anche la mutazione di persone normali in epifanie del Male, nel breve volgere di pochi giorni, è il grande tema del tempo di questa pièce, che ne rende l’universalità.

La descrizione di Sidran è cinematografica, nelle didascalie appaiono indicazioni di inquadratura piuttosto che di ambiente, i dettagli dell’arredamento diventano di volta in volta protagonisti, come presi in un campo stretto da una macchina da presa a definirne l’importanza. La compressione e la dilatazione dello spazio scenico, passando da campi stretti a campi lunghi, attraverso una serie di pareti mobili, che chiudono i diversi ambienti, recupera i suggerimenti dell’autore, e vi aggiunge l’occhio di quegli spettatori che siamo stati a nostra volta quando la guerra stava avendo luogo.

RITRATTO DI UN POETA
Poeta, prosatore, drammaturgo, sceneggiatore cinematografico, Abdulah Sidran è nato alle porte di Sarajevo (Hadzici) nel 1944. Personalità centrale della letteratura e della poesia contemporanea, membro dell’Accademia di Arti e Scienze della Bosnia-Erzegovina, ha ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo. Le sue poesie sono tradotte in tedesco, francese, spagnolo, russo e inglese. Come sceneggiatore, ha avuto con Emir Kusturica un ruolo decisivo nel cinema slavo: Ti ricordi di Dolly Bell?, 1981, Leone d’oro a Venezia; Papà è in viaggio d’affari, 1985, Palma d’oro a Cannes. Ha sceneggiato altri film: Kuduz e Il cerchio perfetto (sull’assedio di Sarajevo) di Ademir Kenovic, Feste a Sarajevo di Benjamin Filipovic, Atorzija, ‘corto’ di Stevan Arsenjevic (Orso d’oro a Berlino 2003 e nomination agli Oscar). I suoi libri italiani mantengono sempre il testo originale a fronte: La bara di Sarajevo (1995, ediz. “e”), Il cieco canta alla sua città (2006, ediz. Saraj, presentato al Festival della Letteratura di Mantova 2006). Esce ora un suo importante volume dal titolo L’ultima terra, ancora una volta grazie al contributo di Fondazione BAM.

A Zvornik ho lasciato il mio cuore, opera teatrale uscita in Italia nel 2005 (ed. Saraj, traduzione di Silvio Ferrari) è stata premiata a Trieste con l’Umberto Saba.

RICORDARE È UN OBBLIGO MORALE
La pièce teatrale di Abdulah Sidran A Zvornik ho lasciato il mio cuore, è incardinata dentro la guerra civile che occupa la scena della moderna Jugoslavia (1991-1999) e ne determina la dissoluzione. La cadenza – la più sanguinosa e tragica della lunga guerra – in cui si inscrive questa pièce è la guerra in Bosnia Erzegovina (1992-1996).

E’ l’inizio della guerra di Bosnia: i pogrom dei musulmani, le stragi, la pulizia etnica nelle città e nei villaggi lungo la Drina. Le fanno le bande di criminali-nazionalisti serbi che dalla Serbia dilagano in Bosnia attraversando la Drina, complici i nazionalisti locali. Le bande di Arkan – le Tigri -, quelle di Seselj – le Aquile bianche – e quelle ebbre che Sidran mette in scena. La pièce è ambientata in un piccolo albergo sulla Drina ed ha come sfondo Zvornik, città lungo il grande fiume di confine.

Come certamente qualcuno sa, al centro della guerra di Bosnia Erzegovina c’è l’assedio di Sarajevo. La città – mezzo milione di abitanti – è stretta nella morsa delle bande nazionaliste serbe.

L’assedio di Sarajevo dura dall’aprile del 1992 all’inverno 1995-1996. Un assedio più lungo di quello di Stalingrado.  L’assedio più lungo di una città, a memoria d’uomo.  Mentre città, territori, villaggi della intera piccola Bosnia Erzegovina (quattro milioni e mezzo di abitanti) sono dilaniati da una guerra diffusa e da un inestricabile scacchiere di alleanze e schieramenti locali e generali.

Croazia e Serbia, guidate rispettivamente da Tudjman e Milosevic, si combattono dal 1991 (dal martirio di Vukovar ai bombardamenti di Zagabria), ma sulla Bosnia Erzegovina firmano un patto di sangue per dividerla e spartirla.  Questo disegno viene contrastato dalla maggioranza dei croati di Bosnia e da forti minoranze dei serbi di Bosnia, nonché dall’intera popolazione di cultura musulmana che teme – a ragione – il proprio totale Olocausto (nell’estate del 1995 le stragi di Srebrenica lo testimoniano).

Abdulah Sidran, poeta, scrittore, sceneggiatore di Sarajevo, rimane nella sua città per tutto l’assedio, vive i quattro anni della blokada giorno dopo giorno, strage dopo strage, legato al destino della sua città e dei suoi abitanti.

La sua pièce ambientata a Zvornik non può che essere la metafora, il luogo di rappresentazione, il palco dove si consuma il martirio dell’intero suo popolo. Zvornik che brucia è al tempo stesso Sarajevo. Ma Zvornik – come dice Sidran – è una città del tutto particolare per la sua storia e quella della sua famiglia.
Piero Del Giudice